Stato museo

Stato museo

Lo Stato italiano gestisce poco meno di 500 siti museali, artistici e archeologici: poco più della metà sono a pagamento, ma l'incasso che ne deriva fa riferimento per la quasi totalità a un manipolo di essi, concentrati nelle grandi città d'arte e in tre regioni.
Il 40% dei siti è nel Lazio, in Campania e Toscana, che però attirano l'80% dei visitatori complessivi. La nettissima maggioranza dei siti a pagamento rimanenti, circa 250, è sparpagliata sull'intero territorio nazionale e incassa in media 80mila euro l'anno. Una somma nella maggior parte dei casi inferiore al costo dei soli addetti alla biglietteria.
L'intero Veneto, ad esempio, ha 14 dei 16 siti statali a pagamento, ma nel 2019 ha incassato appena 3,3 milioni di euro lordi, nonostante l'invasione di cui spesso si duole Venezia. La Liguria ha incassato poco più di 400mila euro dai suoi 11 siti statali a pagamento, ma il sito più visitato è uno dei soli due gratuiti: il Forte di Santa Tecla registra da solo il 30% circa del totale dei visitatori dei siti della regione ed è secondo solo alla Galleria di Palazzo Reale di Genova. Il Friuli Venezia Giulia ha, al contrario, solo 3 siti statali a pagamento su 14, ma ha incassato 1,5 milioni di euro nel 2019: derivanti in massima parte dal Castello di Miramare, che però totalizza solo il 10% dei visitatori, attirati in massima parte dal parco del Castello, gratuito.
Scendendo lungo la penisola, l'Umbria ha 13 siti statali, tutti a pagamento: nel 2019 hanno incassato appena 700mila euro lordi. Il vicino, piccolo Molise ha 12 siti statali, di cui ben 10 sono a pagamento: nel 2019 hanno incassato meno di 100mila euro, tutti insieme, sempre lordi. Ben più grande l'Emilia Romagna, con i suoi 33 siti fruibili: nonostante siano quasi tutti a pagamento (solo 5 i gratuiti), l'incasso totale lordo 2019 è stato di poco superiore ai 3 milioni di euro.
La Calabria, culla della Magna Grecia, vanta 20 siti, di cui 11 a pagamento che incassano appena 800mila euro lordi l'anno, tre quarti dei quali provenienti dal Museo nazionale di Reggio Calabria, raggiunto da circa 200mila persone l'anno per ammirare principalmente i bronzi di Riace. La Puglia annovera 18 siti statali, equamente divisi tra gratuiti e a pagamento, per un incasso totale lordo 2019 di 1,8 milioni di euro: che diventano appena 1,3 milioni al netto dell'aggio di biglietteria, probabilmente il più elevato d’Italia.
A livello di singoli siti, eclatante il caso del Pantheon: a ingresso gratuito, ha accolto oltre 9,3 milioni di visitatori nel 2019, pari al 55% del totale dei visitatori nei siti museali statali del Lazio. E allora perché allora non provare a classificare tutti i siti museali statali a ingresso gratuito, ad eccezione dei primi 10-15 siti per incassi totali, per i quali il biglietto d'accesso appare ancora come uno strumento necessario anche per la regolazione delle presenze?
Una misura sperimentale, la cui efficacia potrebbe essere misurata in un arco di tempo di 18-24 mesi. Occorrerebbe naturalmente ristorare le singole amministrazioni dei mancati incassi, ma si tratterebbe di 20 milioni di euro all'anno: sul bilancio pubblico italiano, e sulle somme già stanziate e in fase di stanziamento per l'emergenza pandemica, appare un importo assolutamente sostenibile. Immaginando peraltro che all'uscita molti visitatori comunque sarebbero invitati a lasciare un contributo libero, come avviene da sempre in alcuni dei principali musei mondiali, e utilizzando il personale di biglietteria per finalità di supporto e sorveglianza all'interno del sito, la perdita netta potrebbe essere addirittura trascurabile.
La misura rappresenterebbe una forte spinta a visitare siti e luoghi piccoli e grandi, magari per la prima volta, soprattutto se potrà essere allargata alle migliaia di siti a gestione non statale, spesso comunale. Anche utilizzando ove possibile lo strumento del biglietto multiplo, nel quale chi acquista il ticket per i siti maggiori si trova "allegato" il biglietto gratuito di uno o più siti minori della zona. Stimolando non solo i flussi turistici ma anche spingendoli a ripartirsi sul territorio e a sostarvi più a lungo, a beneficio di tutti i micro-operatori in affanno.

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